Amen delle traverse
Nella mia messa al contrario io vi bene-dico
Via Substack. Non l’ho neanche percorsa tutta da quando son qui. E’ una strada così lunga e movimentata, non in modo caotico, non stile grande centro di grande città il sabato pomeriggio, più tipo quartiere caratteristico pieno di vita. Una lunga strada pedonale, da un lato e dall’altro negozi come tanti, botteghe artigianali, locali alla moda, ristoranti tipici, centri benessere, caffetterie accoglienti, librerie indipendenti, studi fotografici, centri culturali e sociali, bar di ogni fattispecie. Nella maggior parte di questi non sono neanche mai entrata, bellissimi davvero ma mi spiace non mi attirano. In molti ho sbirciato da fuori per curiosità, in qualcuno sono entrata oppure entro ogni tanto, quando mi va di cambiare aria, ma per lo più ho fatto quel che finisco col fare sempre e cioè trovare quel paio di pub che sono proprio come piacciono a me, dove mi sento in pace e mi rilasso e se non è aperto uno vado nell’altro e se no me ne torno a casa.
Sembrano tutti belli, i posti aperti in Via Substack. Le vetrine pulite e l’esposizione in ordine che si capisce cosa c’è o cosa si fa lì dentro. Le insegne colorate e luminose. La persona che gestisce quel posto che accoglie, sorride, spiega, offre, fa accomodare. Così si fanno le cose, se hai aperto un’attività in una grande strada piena di grandiose attività e per portarla avanti dovresti cercare di attirare la gente che di base sta solo passeggiando ed ha l’imbarazzo della scelta su dove entrare e dove fermarsi e per quanto tempo.
Io infatti non sto sulla strada principale, sto in una traversa senza nome mezza nascosta. C’erano un altro paio di posti qui oltre al mio, uno ha chiuso e l’altro apre quando può. Si può quasi dire che sono rimasta da sola a presidiare ‘sto vicoletto del cazzo e non è che si parlasse molto con gli altri che stavano qua, per niente anzi, ma un po’ mi manca lo stesso incrociare quelle brutte facce al momento di aprire o chiudere o trovarsi per caso che forse non sempre era un caso a fumare una sigaretta, con la schiena poggiata ognuno contro il proprio muro e farsi niente più che un cenno con la testa. Fortuna non si è mai commentato il tempo, con quelli là.
Ci devi capitare in questo vicoletto squallido e semi dimenticato, non c’è niente che ti ci porti. Devi essere una di quelle persone a cui piace esplorare, entusiasta di ogni marciapiede, una di quelle che tirano per un braccio chi hanno di fianco esclamando: «Andiamo a vedere che c’è di qua!». Oppure ti devi perdere. Devi sbagliare strada mentre cercavi di andare da tutta un’altra parte. Ci capiti per caso senza sapere come. Nessuno in questa traversa di Via Substack ci si ritrova perché era proprio qui che voleva venire, non c’è mai stato granché da queste parti che io sappia ed ora quasi niente, solo il mio postaccio fatiscente. Capitare qui da me è un errore di percorso, una deviazione indesiderata che già che è capitata si prova a vedere se è possibile trarne qualcosa, così che non sia anche una totale perdita di tempo.
Da fuori non si vede niente, dentro pare tutto buio. L’insegna con la vernice verde tutta storta, gli unici segni di vita sono una gerbera rossa in un vaso accanto alla porta — gli steli lunghi coi fiori afflosciati su se stessi, forse le servirebbe un po’ d’acqua o più sole, vien quasi voglia di spostarla poveretta — ed un gatto, gatta in realtà, a pelo lungo bianco e grandi macchie nere ed arancioni che come ti avvicini soffia cattivissima. Un gatto da guardia fuori, un grosso cane bianco che dorme tranquillo dentro, cana in realtà, che non gliene frega granché nemmeno se entri. Spingere o tirare dice il cartello appeso alla maniglia della porta, una vecchia porta col vetro e la cornice di legno scheggiato, anche sul vetro al centro ho provato a scrivere con la vernice verde fessure, la r non è venuta bene mi sono incazzata così anche l’ultima e è venuta fuori un pastrocchio e non si capisce, può esserci scritto pure fesso a questo punto ma senti chi se ne frega. Spingere o tirare dice il cartello sulla porta, a volte spingere a volte tirare perché io prendo solo il cartello e lo appendo alla maniglia per far capire che si può entrare ma non sto attenta a che dica la cosa giusta dal lato giusto. Tanto quando c’è scritto spingere la gente tira e quando c’è scritto tirare la gente spinge ed è solo una vecchia porta, con le porte una delle due cose funziona mica come con le persone, che non si capisce mai come si aprono e se si stanno aprendo sul serio e se sì com’è successo e poi non si capisce perché si richiudono e mo’ che si son chiuse come cazzo si riaprono. Con una porta spingi o tira e si apre, chi proprio vuole entrare se la caverà anche se il cartello dice la cosa sbagliata.
E chi entra, soprattutto la prima volta, di solito non capisce. E’ solo una stanza, neanche troppo piccola ma che sembra angusta perché è strapiena di roba, e roba senza senso, roba non esposta bene roba accatastata male. Tappeti usurati cuciti a mano ad assorbire i suoni, mobili ovunque, tavoli e scrivanie antiche, sedie sopra i tavoli, scheletri di librerie lungo le pareti, scatole aperte sopra scatoloni che cedono fino al soffitto, sentore di fiori marci, echi di orgasmi acerbi, un grammofono, la cornetta di un telefono fisso che penzola, un mappamondo da solo che gira. Libri letti, libri vecchi, libri brutti, fotografie dal secolo scorso, vhs scadute, valige aperte da cui scoppiano vestiti come fuochi d’artificio, un microfono abbandonato, uno zaino eastpak nero trafitto da spille e da scritte, paia di scarpe bucate e scarpe spaiate, una musica strana che arriva chissà da dove, quadri per terra e poster appesi e stampe arrotolate e c’è la polvere persino nell’aria e gesù che orrore pensa Chiara, stringendosi al petto la borsetta notando ragnatele in ogni dove.
Non lo so chi è Chiara, una di quelle che entrano per sbaglio immagino, girano un po’ su se stesse cercando di non sfiorare niente e rovinarsi la manicure o prendersi la malaria, difficilmente nella vita le capita di sentirsi così tanto a disagio, che per non incontrarlo il disagio son state inventate apposta delle formule e dei modi di fare e dei riti sociali che andrebbero sempre ma proprio sempre rispettati e lei senza si ritrova così spaesata che le viene l’ansia e vorrebbe uscire subito ma le sembra maleducato e lei non vuole sembrare maleducata anche se di me si è già fatta la peggior prima impressione possibile. Mi spiace non poterti aiutare Chiara, neanche dandoti l’ok per andare via assicurandoti che non penserò nulla di spiacevole sul tuo essere entrata, rimasta ferma ed in imbarazzo, aver provato a balbettare qualcosa e poi essere uscita con una sensazione bruttissima attaccata addosso. Sapessi quante volte mi ci sento io così, nel tuo mondo codificato dove tutti sanno fare quello che sai fare te. Ma non è colpa tua e la mia non è una vendetta, io non ho niente da vendere né da esibire, ho solo tutta questa roba che non so dove mettere. E mi serve un posto dove metterla, tutto qua, per questo non faccio assolutamente niente a parte mettere alla porta il cartello che dice spingere oppure tirare.
Quello che vede chi entra è questo bordello di roba e nel bel mezzo questa tizia, cioè me, seduta scomposta su una comoda poltroncina di vimini intrecciato. Di lato, coi piedi sui braccioli o poggiati su uno sgabello di legno, le caviglie intrecciate le gambe tese. I capelli tirati su, del tutto o solo a metà. I pantaloni grigi della tuta, un maglione sgualcito o una felpa nera. Con scarpe comode oppure calciate via le scarpe, i lacci coi nodi da sciogliere i calzini bucati. Che sfoglio una rivista, leggo lenta la pagina di un libro, fisso un punto in basso da qualche parte nel niente, con l’aria pigra o solo annoiata o totalmente assente. La maggior parte di quelli che entrano reagiscono più o meno come Chiara, anche perché io non dico niente, non alzo gli occhi, non dico buongiorno buonasera né posso esservi utile. Qualche volta qualche audace, quelli entusiasti che tirano gli amici per la manica, chiede: «Non è che per caso hai…». Una teiera vintage in ceramica, la locandina di qualche film di Moretti, da cambiare dieci euro, il vinile di Dalla quello che si intitola proprio Dalla con dentro Meri Luis e Cara, un accendino, un po’ di voglia, un libro bello, un buon consiglio. «Devi cercare» rispondo solo io, sempre senza alzare neanche gli occhi. Può darsi ci sia tutto ciò che desideri, qui dentro, può anche essere che non ci sia proprio un bel niente per te. Cerca, se ti va, ho messo qui apposta tutto ciò che non sapevo più dove mettere, che se qualcuno trova qualcosa e se lo prende e se lo porta via a me mi fa un favore, mi libera uno spazio e mi toglie un peso.
Gli audaci che chiedono però mi pare escano sempre a mani vuote. Con la mia aria indifferente sembro non notare niente e invece senza darlo a vedere osservo tutto, ogni passo, ogni sfumatura nelle espressioni, cosa attira cosa respinge cosa viene continuamente preso in mano osservato da vicino e rimesso a posto, chi si trattiene a lungo, chi si ripromette di tornare con calma ma non lo fa, chi si spaccia per un collezionista e invece è un ladro, chi si spinge fin qua per qualche settimana di fila perché gli piacerebbe essere un habituè in un posto di nicchia e poi invece lascia perdere che il tempo libero è poco e meglio un bel brunch in mezzo a persone normali. C’è chi ci torna apposta per avere qualcosa di diverso da raccontare alle persone normali che fanno i brunch, non puoi capire che posto strano, ti ci devo portare una volta!
Gli unici che qualche volta trovano qualcosa, mi pare, son quelli che non se lo aspettavano minimamente. Quelli che come tutti son capitati nel vicolo cieco per sbaglio, hanno spinto oppure tirato la maniglia della mia porta per curiosità e non son rimasti sconcertati dal disordine oltre la soglia, l’hanno trovata strana quella tizia sotto sopra che neanche saluta ma anche un po’ divertente e allora hanno fatto qualche passo avanti e più si guardavano attorno più avevano voglia di scoprire cos’altro poteva esserci fino a ritrovarsi davanti un oggetto di cui nemmeno lo sapevano ma avevano in quel momento un gran bisogno. E’ tacito che chiunque può portarsi via quello che vuole, non è un obbligo farmelo sapere. Quelli che trovano una cosa che stavano cercando senza nemmeno saperlo però lo dicono, sempre. Grazie, dicono, con la sensazione di non saper nemmeno spiegare perché ringraziano, vanno via con un oggetto in mano, una specie di fretta nel corpo, un grazie in bocca, l’aria un filo stravolta. Io a testa in giù dalla sedia ne guardo le spalle che si allontanano, le braccia che si portano via una cosa mia, sapendo che sarò presto per sempre dimenticata quaggiù a ricordarmi per sempre di ogni stupido qualcosa, compresi i grazie boccheggiati dagli estranei che beati loro possono poi scapparsene fuori.
Quando entra una coppia ed uno dei due trova un cimelio che vuole portare con sé succede una roba strana. Se è lui a trovarlo lui si agita senza capirne il motivo, lei si irrita per la sua agitazione, lei inizia a sbraitare che lo trova orribile ed inquietante quel soprammobile che invece lui ora vuole a maggior ragione ed a tutti i costi in salotto. Litigano senza litigare davvero, coi toni trattenuti e gli attacchi passivo-aggressivi, per un motivo che non c’entra niente con ciò che vorrebbero urlarsi in faccia davvero, tipo perché non scopiamo più? urlerebbe lui esasperato, ma quant’è che non mi fai sentire desiderata?, farebbe lei più esasperata ancora e già quasi in lacrime ma sì, fate pure finta che sia il diverso gusto in fatto di soprammobili il problema. Io fingo di non sentire, lecco un dito per voltare la pagina della mia rivista. Quando è lei che si imbatte in quello che le pare un piccolo tesoro invece non dice niente ma le cambia sul volto un tratto indefinibile. Lui se ne accorge e si spaventa, cos’è quella scintilla nello sguardo, non lo conosco questo sorriso compiaciuto e beffardo, che vuol dire? Eh?, fa lei distratta e tutta contenta senza cambiare espressione. Non ha trovato una cosa nuova lei, ha ritrovato una cosa sua che credeva persa per sempre e lui non l’aveva mai vista, non la conosce e d’istinto ne ha paura perché s’intuisce subito che qualunque cosa sia si tratta di materia selvatica, non addomesticabile. Le coppie non ci badano per niente a me prese come sono l’uno dall'altra, ma escono con una corrente elettrica diversa nello spazio fisico che li separa, con in mano un guaio che è solo un guaio, un’occasione oppure un’occasione sprecata.
E poi non lo dovrei dire ma ormai è più di un anno che torni e te lo voglio confessare, che non dovrei avere preferenze e invece ce le ho ed i miei preferiti sono quelli come te. Siete in pochissimi, vi ho riconosciuti sin dalla prima volta che siete capitati qua, te e quegli altri, sembrava che non guardassi e invece guardavo quando non guardavi tu. Dalla faccia t’ho riconosciuto, dall’aria spaesata, non spaesata qua dentro spaesata di tuo pure là fuori, soprattutto là fuori. Da come ti vesti t’ho riconosciuto, dalle mani in tasca o strette alla tracolla della borsa come fosse un appiglio, da come ti guardavi attorno senza giudizio, con la timidezza che t’impediva di rompere il ghiaccio con una battuta tipo: «Peggio di casa mia qua!». Non stavi cercando niente, te, ma sembravi quasi sperare in un invito a restare. Allora, ti ricordi, con un piede ho tirato avanti vicino alla mia un’altra sedia, lo stridio mentre strusciava sul pavimento. Ho alzato di sbieco gli occhi e un sopracciglio, hai accennato un sorriso, non era vero che non cercavi niente, cercavi un posto così sbagliato dove per una volta non fossero le tue storture ad essere sempre così fuori posto, dove sederti per un po’ e semplicemente stare, senza dire, senza fare, senza solitudine, senza soluzioni, insieme a qualcuno ma senza parlare. E così questa è diventata la prassi, la prassi mia e tua, tu che torni, io che alzo gli occhi ed un sopracciglio, tu che quasi sorridi, ti togli la giacca e gli altri pesi, li lasci cadere a terra e ti accomodi. Io che dopo un po’ ti porto un bicchiere d’acqua, un caffè, una bibita fresca, qualcosa di parecchio più forte, tu che mi guardi scuotendo la testa, a volte gli occhi lucidi, ci azzecco sempre su quello che ti va mi hai detto una volta. Non lo faccio con tutti. Quasi con nessuno. Te e pochi altri, quelli per cui vale la pena continuare a mettere il cartello spingere oppure tirare alla maniglia della porta.
Mai come in queste ultime settimane, da quando ho portato tutta la mia robaccia qui, ho pensato che fosse arrivata l’ora di sgomberare. Che l’affitto costa caro, quel poco che c’era di un qualche valore già l’hanno trovato e portato via e per me non resta molto da fare oltre che girare la chiave nella serratura e presidiare un magazzino di avanzi, resti sbeccati e spazzatura. Chi ci entra per la prima volta neanche cercando ha grandi probabilità di scovare qualcosa di significativo, chi c’è già stato e non si è ancora stancato si stancherà presto, perché non troverà mai niente di nuovo o di diverso. Il tempo è fermo qua dentro, lontanissimo da quello che d’interessante accade là fuori. Si contano i fili di capelli per passarlo, il tempo qua dentro, si cerca di stare sul beat veloce dei pensieri, con le dita sui polsi in cerca costante ed a volte spasmodica di un segno di vita. Con un sospiro, un sorriso, un lamento, felici a morte e feriti a dovere, stupidamente attaccati a questo irrisorio passaggio nell’universo. Sapevo che sarebbe successo, tant’è che l’inaugurazione è stata senza festoni né palloncini, dichiarando subito che non ci si poteva aspettare granché da un inizio poco promettente.
Ho resistito alla convinzione che fosse tempo d’andar via, ho appeso lo stesso il cartello alla porta e son rimasta a spazzare il marciapiede qui davanti anche se era uno sforzo inutile perché tirava vento. C’era il sole, ero triste, tirava vento e spazzavo lo stesso, tanto per raccogliere qualcosa e sfuggire alla pena del viavai distante nella strada principale, di chi da là s’affaccia e tira dritto, di chi ancora entra ma mh forse la prossima volta no, del mio guardarmi attorno tra queste quattro mura e pensare che è veramente un posto di merda. La gatta che mi soffia, pure a me brutta stronza, le dico, che poi di notte non vede l’ora di dormirmi addosso strofinandomi il muso sul mento e sul collo. Siamo proprio uguali, penso guardandola, appoggiandomi con la schiena al muro, le mani dietro la schiena, gli occhi che cascano sulla serranda abbassata a sinistra, una scritta scema con la vernice spray arancione che mi faceva sorridere ora un po’ meno, una luce lasciata accesa appositamente o per dimenticanza che s’intravede da una finestra del locale a destra, un uomo cerca di uscire dal mio postaccio spingendo la porta e invece doveva tirarla, indossa un giubbetto di pelle, si guarda attorno frettolosamente mi individua sembra quasi voglia dirmi qualcosa ma non dice niente, mi rivolge un sorriso un po’ imbarazzato e se ne va e vorrei andar via anche io infatti e mi costringo a resistere perché tanto lo so poi quello che succede, che tutta la roba che ho messo qui non ce l’ho un altro posto dove metterla, finisco per portarmela dietro a fatica, stiparla dove non c’è abbastanza spazio, lasciarla in giro, perdermela per strada, cercare di darla alle persone e nei modi sbagliati. Perciò tanto vale restare qui, dove si sta meglio che altrove, dove ci sei almeno te che ancora torni tutte le sante settimane.
Se però succede che poi sparisco puoi ricordarmi pressappoco così. Mezza nuda, con la faccia da tossica l’aria benedetta, insicura e magica che sui soliti quattro accordi mi apro la gabbia toracica. Che arrivo al capolinea come fossi sulla luna.
Ascoltatela, che questa è la preghiera con cui oggi vi saluto. Che la mia è una messa al contrario, in cui non redimo nessuno ma ad uno ad uno vi bene-dico mentre mi salvo sgranando le parole dal rosario pieno di spine ave maria in piena disgrazia1 ridendo della consapevolezza di non essere salvabile. Grazie, vi dico, perché tornate in questa cattedrale postmoderna che brucia, in questa chiesa blasfema di provincia senza idoli sull’altare ad ascoltare la sacerdotessa del niente, la piccola alchimista degli abissi, nota erudita sconosciuta formatasi al buio e sul pavimento sui testi sacri di chi non ce l’ha fatta. Andate e lasciatemi in pace adesso e amate chi vi pare se vi va, io non provo niente e non ho niente da provare eppure uno ad uno vi (voglio) bene, dico.



Ti ho portato due calendule per il tuo orto, te le lascio sulla mensola vicino alla sedia, così giro a mano libere ❣️.
allora ti voglio dire che in via Substack mi ci hai portato tu, io mi sentivo proprio spersa, ma tu mi hai tenuto la mano e continui a farlo ogni settimana. in quella traversa non ci sono capitata per caso, ma per scelta ed è stata la scelta più bella che potessi mai fare, non voglio assolutamente uscire da questo posto caotico ma meraviglioso. ho finito di leggere con un nodo alla gola, forse per quanto mi immergo in quello che scrivi, forse per quanto mi vedi pur non vedendomi. ti voglio bene tanto tanto <3